Vent’anni dopo l’addio al nome imposto dall’Unione Europea, bottiglie di Tocai friulano compaiono in pubblico e riaccendono il dibattito. “Cedere fu un grave errore”. “No, era inevitabile: la politica aveva già deciso”. Cronaca di un lungo addio che ancora divide.
Lo slogan più efficace è del vignettista Skiaffino: denominazione di origine cancellata. Riflette bene il senso di vuoto che si respirava in Friuli vent’anni fa, quando si capì che tutti i tentativi di far cambiare idea all’Unione Europea erano destinati a rimanere vani. La battaglia sul nome del vino bianco più amato dai friulani, il Tocai, era irrimediabilmente perduta. E a partire dalla vendemmia 2008 quelle cinque magiche letterine non avrebbero più potuto comparire sulle etichette delle bottiglie, sostituite dalla parola Friulano, soluzione di compromesso emersa al termine di un lungo travaglio che coinvolse consorzi, esperti, agenti di marketing, ma non riuscì mai a convincere del tutto. A vent’anni di distanza però qualcosa si muove. O meglio qualcuno. Piero Mauro Zanin e Franco Corleone - per anni su opposte sponde della barricata politica ma spesso insieme nelle battaglie di principio, come quella per la legge sulla restituzione dell’onore ai fucilati di guerra o per il ripristino del toponimo Promosio, storpiato dalla burocrazia in Pramosio - hanno riportato in vita il Tocai stampando un centinaio di etichette personalizzate sulle bottiglie di Friulano prodotte a Cividale da Bruna Flaibani, instancabile donna del vino e portabandiera dei Vignaioli indipendenti.
Una battaglia dimostrativa
Chiariamo subito che in quest’operazione dimostrativa non c’è nulla di illegale: se è vero che le norme prevedono sanzioni per chi utilizzi il nome Tocai nelle bottiglie da mettere in commercio, il vino personalizzato dalle etichette di Corleone e Zanin le aggira in quanto non è in vendita. E’ stato infatti regalato agli amici e a chi ha preso parte all’incontro pubblico di presentazione il 28 gennaio scorso, in una sede altamente evocativa per quanto riguarda identità e tradizioni come quella della Società Filologica Friulana di Udine. “Questa - ha detto a Udine Corleone, già sottosegretario alla Giustizia nei governi di fine anni novanta - non è una goliardata, ma una rivendicazione di identità”. “ Le radici - gli ha fatto eco Zanin, ex presidente del Consiglio regionale, già sindaco e assessore provinciale - devono conservare un valore, altrimenti diventiamo tutti consumatori e basta, indistinti rispetto agli altri”. Mentre Bruna Flaibani ha messo in evidenza il paradosso della norma, che vieta ai produttori di nominare il Tocai in etichetta sebbene le uve continuino a chiamarsi con quel nome.
Legame col territorio
Proprio questa considerazione ha indotto l’ex consigliere regionale Mario Puiatti a intravvedere una possibile riapertura dei giochi giuridici, per consentire di citare in etichetta quantomeno il vitigno di provenienza. Altri, come Flaibani, puntano soprattutto sull’aspetto culturale, sul legame con il territorio: “Di recente alcuni miei amici hanno ordinato del Tocai a un giovane banconiere, chiedendogli quali etichette avesse in cantina. Il ragazzo ha passato in rassegna tutte le bottiglie e poi è tornato da loro sconsolato: mi dispiace, non abbiamo questo vino… Non sapeva che il Friulano è l’ex Tocai, ed è proprio questo il rischio”.
Gli anni-chiave
Per rinfrescare la memoria a chi è giovane e ragguagliare chi ha seguito distrattamente questa vicenda, facciamo un minimo di riassunto delle puntate precedenti. Nel caso Tocai friulano - questa era la denominazione ufficiale - sono davvero importanti tre date. La prima è l’anno 1993, quando si firma l’accordo tra Ungheria e Unione Europea per proteggere la denominazione del vino ungherese Tokaji. Altrettanto decisivo è il 2005, quando la Corte di Giustizia dell’Ue impone il divieto di utilizzare al di fuori dell’Ungheria la denominazione Tocai, a partire dal 31 marzo 2007. Dopo il ricorso del Governo italiano, la prescrizione diventa operativa a partire dalla vendemmia 2008.
Numeri in calo
A questi spartiacque temporali aggiungeremmo volentieri una data che a prima vista potrebbe apparire un’intrusa. Si tratta dell’anno 2009, quando viene approvato il disciplinare della zona doc Prosecco estesa a tutto il Friuli Venezia Giulia e non solo al Veneto. E’ da quel momento che cominciano a calare i numeri dell’ex Tocai, un tempo al vertice nella classifica dei vitigni più coltivati in regione, a beneficio della Glera, l’uva che si utilizza per fare il vino spumante più popolare del mondo. A grandi linee in vent’anni, tra il 2005 e il 2025, l’ex Tocai ha perso in Friuli Venezia Giulia un terzo degli ettari (da 2184 a 1470), due terzi degli ettolitri (da 156mila a 48424) e soprattutto due terzi delle bottiglie (da 21 milioni a 6 milioni e mezzo).
Vino e geopolitica
Questi numeri alimentano i rimpianti di chi è convinto di aver subito un sopruso. “Avremmo dovuto resistere”, dicevano e dicono ancora gli strenui difensori del Tocai. Ma c’è anche chi la pensa in modo molto diverso. Nel corso del recente incontro alla Filologica l’agronomo Licio Laurino si è alzato in piedi per raccontare la sua verità, rispondendo alle critiche rivolte alla classe politico-amministrativa di allora. “Ero dirigente della Regione per le politiche agricole - ha premesso - e vorrei ricordare che eravamo in un momento storico molto particolare: caduto il Muro, l’Unione Europea voleva avvicinare a tutti i costi i Paesi dell’Est, così ha detto di sì alla richiesta di tutela dell’Ungheria. Non è vero che non ci abbiamo provato, anche nel 2005 siamo andati a Budapest per tentare una mediazione con gli ungheresi, ma loro non ne vollero sapere. Mentre hanno sempre consentito alla Repubblica Ceca di produrre dei vini con il nome Tokaji”. Laurino ha svelato qualche curiosità anche sulla saga del nuovo nome, che tenne banco per mesi in Friuli Venezia Giulia: “Qualcuno aveva proposto Tai, come il classico taglio friulano, ma si temeva che potesse confliggere con la Thailandia. E il Blanc suonava troppo francese”.
Le due correnti
Al netto dei possibili errori, e di una campagna promozionale pubblica di lancio del nuovo nome che di certo non ha sortito gli effetti sperati, va detto che buona parte del mondo del vino Fvg oggi non si strappa le vesti per l’addio al Tocai. In un recente dossier di approfondimento realizzato dal sito di informazione UdineToday, esperti come l’enologo e produttore Stefano Trinco, il presidente di Coldiretti Martin Figelj e lo storico viticoltore Dario Ermacora hanno espresso la convinzione che il Friulano abbia ancora molto da dire, sottolineando come si sia trasformato in un prodotto di gamma medio-alta, finalmente richiesto anche all’estero a differenza del vecchio Tocai. La perdita del nome avrebbe dunque in qualche modo fatto selezione tra i produttori, lasciando in campo solo i veri cultori di questo vitigno. E la produzione sarebbe stabile, ma con tendenza alla crescita.
La scelta di Silvio Jermann
“Mi dispiace molto che non si possa più chiamare Tocai”, risponde a precisa domanda Silvio Jermann, papà di vini leggendari come il Vintage Tunina. “Io comunque già prima della diatriba sul nome non producevo Tocai in purezza, anche se il Capo Martino è un uvaggio con il 70% di quello che oggi è il Friulano. Una scelta - spiega ancora Jermann - che deriva dalla mia esperienza di qualche anno in Canada: mi resi conto che a livello internazionale il nome Tocai era collegato al vino ungherese, pagavamo lo scotto della notorietà di quel prodotto. Per questo decisi di orientarmi su un nome aziendale”.
E l’altro Tokaji?
Ma il vino ungherese, costantemente evocato nella vicenda del Tocai, ha poi beneficiato dell’esclusiva ottenuta dall’Unione Europea? Non è facile rispondere a questa legittima curiosità perché in Italia non esistono serie storiche ufficiali complete e pubbliche sui valori di produzione e fatturato. I pochi dati disponibili raccontano comunque di un calo di produzione anche per il Tokaji, che a differenza del suo omologo friulano è un vino dolce: dai 223mila ettolitri del 2018 ai 129mila del 2023, mentre il fatturato delle esportazioni si manterrebbe stabile attorno ai 10 milioni di euro all’anno e i prezzi medi delle bottiglie sul mercato interno segnerebbero un leggero incremento. Insomma: se Atene piange, Sparta non ride.
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Articolo pubblicato sul numero 31 di Mangiavino - febbraio 2026
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