Nel Brda sloveno la nuova scommessa del papà del Vintage Tunina: pochi ettari, limitati interventi in cantina, Rebula macerata sulle bucce, anfore di terracotta e tappi a vite. E non è una retromarcia ma un grande abbraccio alla sua storia familiare
Il vento arriva dalla valle del Vipava e il clima cambia improvvisamente: più fresco, più teso, come se la natura avesse voluto girare di scatto una pagina del suo libro. Si supera una curva e il paesaggio muta: la terra si fa più chiara, più dura, quasi calcarea. «Qui non c’è più la ponca», dice indicando il terreno. È uno di quei dettagli che possono sembrare marginali a chi non fa vino ma che per Silvio Jermann segnano un confine preciso. Non politico ma agricolo. Non visibile sulle mappe, ma decisivo nel bicchiere. Siamo nel Collio sloveno, appena al di là di quella linea che per decenni è stata una ferita e non soltanto una frontiera tra due Stati, oggi ridotta a cartello stradale o poco più. Da qui, a 471 metri sul livello del mare, il punto più alto del Brda, nelle giornate limpide come quella di oggi si vede tutto: la pianura friulana, il Carso, il golfo di Trieste con la punta dell’Istria. E intanto gli operai sulle ruspe sono al lavoro per sistemare il vigneto a cui Jermann tiene di più: “Aver riportato la vite fino a dove finisce la ponca, fino alla strada che porta alla valle dell’Isonzo, mi riempie di soddisfazione”.
Le puntate precedenti
D’accordo, suona retorico scriverlo, non si dovrebbe. Ma chi ci sta spiegando con contagiosa passione ogni nervatura dei terreni, chi ci dice che “prima di degustare bisognerebbe sempre andare a vedere i vigneti” è una leggenda vivente per il mondo del vino. Vi basti questo breve riassunto delle puntate precedenti: Silvio Jermann nasce a Villanova di Farra d’Isonzo in una famiglia di agricoltori. Che vuol dire contadini, che vuol dire poveri. “In casa non si poteva mai spendere, c’era paura di tutto”, ha ricordato di recente alla rivista Wine Report. Il padre Angelo cerca di indirizzarlo su altre strade ma non c’è verso: lui si è già innamorato del vino, studia enologia a San Michele all’Adige e si mette a lavorare nell’azienda di famiglia. Dove ha subito l’intuizione giusta: andare oltre al classico Tocai e ai vini di pronta beva, puntare su un bianco longevo capace di parlare in modo diverso ai mercati internazionali: in due parole Vintage Tunina, etichetta entrata nel mito.
Il milione di bottiglie
Silvio “testa dura”, come ammette lui stesso, nel 1977 si trova in disaccordo con il padre e si trasferisce in Canada, dove studia a fondo le nuove tendenze. Rientrato in Friuli nel 1981, Angelo gli intesta l’azienda e arrivano nuovi vini di successo: il Dreams da uve chardonnay, il Capo Martino a base tocai friulano, la ribolla Vinnae, il pinot nero Red Angel. Aumentano i riconoscimenti, aumenta il fatturato, aumentano gli ettari: l’azienda Jermann raggiunge il milione di bottiglie ma Silvio di quegli anni ricorda soprattutto “l’orgoglio di aver riscattato la situazione sociale della mia famiglia”.
Una nuova strada
I figli di Jermann però non inseguono il suo stesso sogno e così nel 2021, era Covid, Silvio cambia direzione. L’inventore del Vintage Tunina vende la maggioranza delle quote aziendali agli Antinori, grande famiglia del vino italiano, tenendosi stretto un pacchetto di minoranza che lo rende tuttora partecipe, coinvolto nelle scelte. A 67 anni, l’età della pensione anche secondo gli esigenti criteri dell’Inps, avrebbe ben il diritto di riposarsi e di godersi la sua cascina piena. Ma non è mica il tipo. Già l’anno dopo nasce la Sylvmann d.o.o. in Cuéj, una srl slovena che presto si dota di un piccolo magazzino adibito a cantina e a partire dalla vendemmia 2023 comincia a mettere in prosa la nuova versione di Jermann. Che non è una folgorazione, non è una scelta di pancia quanto piuttosto un riannodare dei fili: “Qui a Bilijana, in comune di Dobrovo, nacque il mio bisnonno, Anton, che veniva da una famiglia originaria del Burgenland austriaco”, dettaglia Silvio. E in questi stessi luoghi “quando ero ragazzino mio padre mi portava ad assaggiare i vini fatti dai contadini”. Ricordi che negli anni gli sono rimasti impressi se è vero che già nel 2008, appena la Slovenia entra in Europa, Jermann si affretta a comprare le prime vigne di rebula-ribolla nel Brda, un’uva che per anni verrà conferita alla sua azienda nel Collio friulano.
Dal grande al piccolo
Solo dopo la cessione ad Antinori è però possibile portare avanti il nuovo progetto. Perché qui si tratta di sbancare e reimpiantare, di riportare la vigna su colline antiche, di ridisegnare la mappa del Collio sloveno nei luoghi cari agli antenati, e di soldi ne servono parecchi. «Tanti amici mi hanno detto: chi te lo fa fare?», sorride. La risposta è tutta in queste colline: «La curiosità. Vedere cosa viene fuori da questo terreno». La nuova azienda è piccola, quasi minuscola rispetto al passato: 15-18mila bottiglie oggi, forse il doppio domani, quando entreranno in produzione i nuovi vigneti e si potrebbe arrivare a 28 ettari. Ma non è una questione di numeri, quel che conta è il cambio di prospettiva. Qui Silvio Jermann fa tutto: vigneto, scelte enologiche, prove. Come agli inizi. «Quando hai una grande azienda tutto diventa impegnativo e quindi devi delegare. Qui no, qui torno a seguire ogni passaggio».
Ritorno al futuro
Il cuore del progetto è il modo di fare vino. Quasi un ritorno al futuro con meno tecnologia e più materia, meno interventi in cantina e più attesa. Le uve sono quelle storiche del territorio: ribolla-rebula, malvasia-malvazija, il sauvignonasse che sarebbe il buon vecchio tocai. In futuro l’idea è di piantare del pinot nero nel vigneto più alto, e sarebbe l’unico vino rosso della gamma. «Se non hai la ponca la ribolla non viene, ne esce un vino senza struttura», ci spiega nel frattempo Jermann durante il lento pellegrinaggio nei vigneti, per giustificare la scelta degli autoctoni. Una delle chiavi di volta è la macerazione dei vini bianchi. Ma anche in questo caso ci sono dei precedenti: Jermann le ha sperimentate già negli anni Novanta, prima che diventassero una moda. Oggi però le riprende, le allunga, le radicalizza. Fino a tre mesi sulle bucce per la ribolla, che viene chiamata Vi?vik-Vi?vik e proposta in diverse versioni, dai 4 giorni di macerazione fino alla versione più estrema da 108 giorni. Ma c’è anche un blend di sauvignonasse, malvazija e rebula (Pr’Dobu Mix) con una macerazione breve e un impatto olfattivo più classico. Accanto alla rebula dedicata al padre Angelo a cent’anni dalla nascita, “prodotta con i raspi come usava fare lui”. Vini “naturali” dunque, anche se Jermann prende le distanze da una certa deriva che ritiene ideologica: «Non è che se tu non fai niente il vino viene da solo… in questo modo rischi solo difetti». La sua è una via intermedia: meno intervento possibile in cantina, ma mantenendo il controllo. E questo spiega anche la scelta del regime biologico, dei lieviti indigeni, della solforosa ridotta al minimo, dell’imbottigliamento senza filtrazione.
Nella piccola cantina che assomiglia a un garage-winery, accanto all’acciaio ci sono le anfore da 900 o da 600 litri, eleganti e “gradevoli agli occhi” come è scritto nella Genesi. Non vengono dalla Georgia ma dall’Umbria, sono modelli moderni, frutto di ricerche, uno dei fulcri della nuova scommessa. E la ragione è semplice: «Il legno lascia sempre qualcosa. L’anfora no, è neutra - spiega Silvio - ma allo stesso tempo respira: la micro-ossigenazione lenta permette al vino di evolvere senza essere marcato da odori e sapori come accade con il legno”. È dunque una scelta tecnica, ma anche filosofica, quella alla base della fermentazione e dell’affinamento in anfora. L’obiettivo è togliere tutto ciò che non è essenziale. Anche la scelta del tappo a vite, adottato di frequente pure nell’azienda Jermann, va in quella direzione: eliminare variabili, garantire coerenza. «Il sughero non è mai uguale, ogni bottiglia può essere diversa», assicura Silvio. Che spiega l’ancora limitata diffusione dei vini “svitati” con un problema di costi per i piccoli produttori, in quanto serve un investimento importante sulla filettatura delle bottiglie.
Qui nel Collio, che lo si guardi dalla parte italiana o slovena, il vino è anche geografia e storia. Le colline non si fermano alla frontiera. I produttori italiani e sloveni condividono suoli, vitigni, clima. Cambiano le lingue, non la sostanza: «Una volta era tutto Impero austro-ungarico. Il confine è arrivato dopo e la geologia non l’ha mai riconosciuto». Oggi si torna a collaborare con aste benefiche, degustazioni comuni, progetti transfrontalieri. La rebula, un tempo marginale, è diventata simbolo identitario. È una piccola Europa concreta, fatta di vigne e non di trattati. Ma il paesaggio sta cambiando. Non solo politicamente. «Il problema oggi è garantire l’acidità - dice Jermann -. Le uve maturano troppo, il vino diventa caldo». La risposta è salire più in alto, fino ai famosi 470 metri. Cercare escursioni termiche, freschezza. Anche vitigni difficili come il pinot nero qui potranno trovare nuove possibilità.
I vini di Sylvmann maturano lentamente, l’abbiamo già capito, e finora è stata imbottigliata la sola annata 2023. Viene distribuita in Italia da Vino & Design ed è possibile anche l’acquisto diretto in cantina, su appuntamento (info@sylvmann.si; Sylvmann d.o.o. in Cuéj - Drnovk 20, 5212 Dobrovo v Brdih, Slovenija). Le bottiglie finiscono nei ristoranti di fascia alta, i prezzi sono importanti. Ma non è marketing, è una conseguenza: produzioni piccole, lavorazioni lunghe, rese basse. E una distribuzione inevitabilmente mediata da importatori e ristoratori. È un lusso artigianale, che vive su equilibri fragili. Alla fine, quello che resta non è solo il vino. È l’idea di un ritorno, non nostalgico ma consapevole. Dopo aver costruito un modello di successo Jermann sceglie di rimettersi in discussione. Di lavorare su scala ridotta, di rischiare. «Se non hai le caratteristiche puoi metterci tutta la passione che vuoi, ma non ci arrivi», dice a un certo punto. Vale per il vino, ma anche per le scelte di vita. Qui, tra queste colline che non hanno più confini, il suo secondo tempo è appena iniziato. E non ha nulla di certo, nulla di rassicurante. Ma forse è proprio questo l’aspetto che a Silvio Jermann, l’uomo dei sogni, piace di più.
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Articolo pubblicato sul numero 32 di Mangiavino - aprile 2026
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