Lo ammetto candidamente. Il titolo è pensato solo per portarti alla prima riga, tra queste parole: fartele leggere, farti rimanere o lasciarti andare
Dipende da te, ma tenterò, tra queste lettere che si rincorrono a trovare significati, di andare nel profondo di che cosa significhi la parola “presente” per lasciar poi andare altre parole che nel presente non riescono ad abitare. Ora seguimi…
Una giornata d’inverno
È appena terminata una splendida giornata d’inverno dove le poche ore di luce hanno regalato agli occhi i panorami che solo il Friuli riesce a squadernare con l’abbraccio infinito delle Alpi che dall’alto accolgono chiunque decida di avventurarsi. Il freddo l’ho lasciato fuori a parlare col buio e le stelle che si combattono la luce con i lampioni. Il calore del termosifone accanto alla mia sedia accompagna i rumori della tastiera mentre il gatto, disteso a sfinge sul letto, socchiude gli occhi vigilando sui rumori della casa. Ho stappato un Pinot Bianco Friuli Colli Orientali, regalo di un amico, che aspettava da un po’ di distendersi nel calice. È freddo, algido, delicato e sorridente, come l’amico che ricordo nel momento del regalo. Lo stereo sta emanando le melodie oscure di Nick Cave mentre fuori si sente il vociare di gruppi di amici intenti a farsi accogliere dalla serata incombente.
Il mondo che mi attraversa
Attorno a me sento l’universo che si manifesta nella sua presenza attraverso il mio corpo, e il vino, che sto assaggiando, mi ricorda di farne parte, in un insieme indistinto di tutti gli elementi, come diceva Spinoza: deus sive natura, appunto, dio è la natura, il tutto, ogni mondo e ogni parte che ci fa percepire la nostra esistenza. Non vorrei ti sembrasse soltanto un gioco retorico di rincorsa a parole, ma ti dico una cosa: in questo momento il vino non esiste, ma il vino sono io e il mondo che mi attraversa. Nel tortuoso e profondo concetto di terroir dove gli elementi di terra, luogo, clima, uomo, trovano un incontro si tenta sempre di trovare una sintesi soltanto attraverso uno degli elementi alla volta e spesso, nelle degustazioni, mi è capitato di sentire “e poi c’è l’elemento umano…” dove correttamente si intende come il vino sia legato al suo fattore ma dove troppo spesso non si voglia prendere in campo il degustatore stesso, il commensale, chi il vino lo sta bevendo come parte del concetto di terroir. Tale iato ha prodotto, nel tempo, la distanza di cui oggi si parla tra le generazioni, dove il vino, coi suoi concetti divisi tra loro (la geologia, spesso troppo semplificata, il clima, e tutti gli altri elementi che ogni volta giocano ad essere decisivi) si è dimenticato di essere parte di chi lo beve.
Degustatori fuori dalla porta
La degustazione ha tenuto fuori dalla porta i degustatori, costretti ad entrare in punta di piedi nei diversi elementi. Il vino non può essere giudicato, non si può parlare del vino, ma soltanto col vino, per far entrare dalla porta tutti i degustatori e chi bevendo entra a far parte a tutto diritto del concetto di terroir. La descrizione delle righe precedenti mi ha costretto a un’analisi del mio presente, dove certamente il vino diventa un elemento, ma non l’elemento decisivo. La contemporaneità del vino deve avere a che fare con il tempo e il momento preciso della sua degustazione. Se ci sedessimo ad una tavola rotonda, tutti cavalieri, tutti alla pari, lasciando che le nostre sensazioni guidino la degustazione, saremmo capaci di trasformare il momento nella più profonda esperienza di osservazione del presente dove ogni elemento conta e dove ogni elemento fa parte della degustazione del vino.
In base all’ambiente
Quante volte abbiamo detto o constatato quanto il vino cambi il proprio sapore in base all’ambiente circostante. Ogni elemento diventa decisivo: il calice, il calore della stanza, la luce, gli odori, i suoni, lo stato d’animo. Lo diciamo sempre e lo diamo per scontato, ma la descrizione di un vino, se diventasse “descrizione del suo presente” potrebbe aprire le porte a una generazione che aspetta di essere ascoltata e non giudicata, come ogni giovane, come ogni generazione. Il presente non appartiene a nessuna generazione, è di tutti, è l’atto umano condiviso che il vino ci ricorda e che permette la sua rinascita come vero e proprio prodotto culturale.
Un atto di ascolto
Abbiamo già raccontato e visto le fasi del vino. Da alimento, salvifico per molti versi, a merce, riprodotto e riproducibile con il rischio di diventare troppo ripetitivo e diretto al mercato, a prodotto culturale, in grado di raccontare il presente. Io sogno che tutte le degustazioni, da adesso in poi, possano diventare un atto di ascolto del presente e del momento dei commensali. Questo renderebbe ogni degustazione unica, indimenticabile, condivisa e non imposta. E alla fine il vino non esiste, perché abita le parole che escono dai corpi che lo contengono, e il concetto di terroir è ciò che ci permette di stringerci in un abbraccio salvifico.
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Articolo pubblicato sul numero 31 di Mangiavino - febbraio 2026
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