Una passeggiata a Prepotto con il viticoltore del Carso triestino: “Il lavoro in campagna è fondamentale per imparare dagli errori”. La scelta della macerazione delle uve di vitovska e malvasia e l’ampliamento della cantina con l’utilizzo della pietra carsica.
I nostri passi risuonano lievi tra i filari della vigna, rischiarata da un mite sole primaverile. Ci troviamo a Prepotto, nel Carso triestino, e stiamo passeggiando fra le viti di Sandi Skerk, vignaiolo. Il vino è espressione di un territorio, che a sua volta plasma in modo indelebile anche il carattere e la personalità di chi vive e lavora in quella specifica area geografica.
Nato durante la vendemmia
La storia di Sandi ha inizio con una vendemmia. «Sono nato a Monrupino il 4 ottobre 1971 e mio padre in quel momento si trovava nell’azienda del nonno a Prepotto, impegnato a raccogliere l’uva». All’epoca l’azienda di famiglia non produceva solo vino, ma aveva ben venti mucche che producevano del latte, venduto a Trieste”. Provate a immaginare un padre che improvvisamente interrompe la vendemmia per correre a casa a conoscere il figlio appena nato. L’infanzia del nostro vignaiolo trascorre quindi in perfetta armonia con la natura del territorio che lo circonda: prati, vigne e un’atmosfera familiare permeata di tradizione e serenità.
Il primo mezzo ettaro
Ma l’attività vitivinicola a quell’epoca non è ancora il focus principale della famiglia. «Solo al compimento dei miei diciott’anni - risponde Skerk - insieme a mio padre che aveva sempre svolto l’attività di agricoltore part-time, in quanto lavorava a tempo pieno nelle Ferrovie dello Stato, incominciamo a produrre seriamente il nostro vino partendo da un appezzamento di solo mezzo ettaro». Il sogno ha inizio. L’amore per la terra e le tradizioni trasmesse dalla sua famiglia fanno crescere in Sandi la convinzione di poter creare qualcosa di unico. Le giornate in vigna e in cantina si alternano agli studi in Ingegneria meccanica che, comunque, non lo allontaneranno mai dalla pratica di vignaiolo.
Prima la vigna, poi la cantina
Nei bagliori di un tramonto che pigramente comincia a manifestare la sua presenza, Sandi sottolinea l’importanza fondamentale del lavoro in vigna ancor prima di quello in cantina: «Sbagliare per capire». Questa frase ci fa comprendere quanto sia difficile e allo stesso tempo affascinante immergersi ogni giorno nella natura cercando di seguire e interpretare nel miglior modo possibile i suoi cicli dettati da ritmi a volte imprevedibili. Con riconoscenza e affetto il nostro vignaiolo ammette che se la passione per la terra gli è stato instillata dalla sua famiglia a quella per il vino ha contribuito inizialmente un ‘vicino di casa‘ come Edi Kante che aveva già intrapreso questo intrigante percorso vitivinicolo.
Macerazione e nuove idee
Nel 2000 il nostro viticoltore si riappropria della tecnica che utilizzava il nonno, vale a dire la macerazione delle uve e in particolare di quelle di due vitigni autoctoni, la malvasia e la vitovska, e inizia quindi il viaggio che lo condurrà alla realizzazione delle sue idee. Improvvisamente gli occhi azzurri di Sandi cominciano a brillare di una luce intensa quando il racconto si focalizza sull’ampliamento della cantina, un nuovo sogno. «L’idea nasce ben 16 anni fa, con l’intento di utilizzare dei tini di vetro interrati a forma di uovo. Un materiale neutro che non avrebbe interferito con le caratteristiche che il territorio dona alle uve e conseguentemente al vino».
La ricerca dell’equilibrio
Tuttavia, non sempre le idee si trasformano in realtà. Durante la macerazione maggiore è la quantità della massa, minore è l’ossidazione per cui i tini avrebbero dovuto essere di dimensioni elevate, ma purtroppo non è stato possibile realizzarli con le misure richieste. «A quel punto abbiamo optato per l’utilizzo di un altro materiale, la pietra carsica». Sandi spiega con dovizia di particolari che i tartrati dell’uva si attaccano alla parete dei tini formando una superficie isolante e quindi una vetrificazione naturale della pietra stessa. Questa particolare condizione consente di ottenere temperature di fermentazione più basse, di allungare i tempi di macerazione e, quindi, di produrre vini più equilibrati.
«L’intento non è quello di fornire i sentori della pietra al vino, ma di sfruttare le proprietà di questo materiale per creare vini migliori». La conversazione si conclude con una vigorosa stretta di mano accompagnata da un sorriso del nostro vignaiolo. Ripensando a Sandi Skerk mi viene in mente una strofa di una famosa canzone di Ivano Fossati, “io la sera mi addormento e qualche volta sogno perché voglio sognare”.
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Articolo pubblicato sul numero 32 di Mangiavino - aprile 2026
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