TOROS, IL PINOT BIANCO MITTELEUROPEO

di Vladimiro Tulisso


Nel dibattito pubblico italiano il Nordest è spesso raccontato come una periferia produttiva, definita più da indicatori economici che da processi storici.

Questa lettura, tuttavia, risulta riduttiva. Per comprendere davvero Friuli e Venezia Giulia è necessario collocarli all’interno di uno spazio storico più ampio e stratificato: la Mitteleuropa. La Mitteleuropa non è una nostalgia asburgica, né una categoria letteraria. È una struttura storica, fatta di circolazione di persone, saperi, istituzioni e pratiche culturali e colturali. In questo spazio, il confine non ha mai avuto un valore separativo. Al contrario, ha funzionato come zona di contatto e di continuità, spesso più resistente dei mutamenti politici. Per secoli Trieste, Gorizia e parte del Friuli hanno vissuto all’interno dell’Impero asburgico, un ordinamento multinazionale capace di amministrare la pluralità senza cancellarla. Lungi dall’essere marginali, questi territori costituivano nodi strategici di un sistema che teneva insieme lingue, autonomie locali e reti commerciali. E anche vitigni comuni, come il Pinot bianco.

Un esempio di questa continuità culturale e colturale è l’azienda vinicola Toros che nella località Novali di Cormons (Gorizia) è cresciuta mettendo radici agli inizi del Novecento accanto a una cantina realizzata due secoli prima e nell’ex Casa di caccia della famiglia Locatelli. Questa famiglia, di origine bergamasca ma stabilitasi nel Goriziano, è stata una delle dinastie storiche più significative per l’area di Cormons e del Collio, avendo influenzato profondamente l’economia e il paesaggio rurale tra Otto e Novecento trasformando i propri possedimenti in un modello di efficienza agricola e focalizzandosi sulla viticoltura di qualità. L’azienda Toros, pur nella sua piccola dimensione – 15 ettari, tre dei quali in affitto – rappresenta oggi l’attualità di un percorso che inizia da molto lontano. Franco Toros, 73 anni trascorsi nelle vigne di Novali, ha una fiducia incrollabile nel Pinot bianco: “E’ il più grande bianco del Collio”. Nella zona della Doc il vitigno tuttavia non raggiunge il centinaio di ettari e nell’intera regione Friuli Venezia Giulia supera di poco i 600 ettari rappresentando meno del 4 per cento del totale della superficie (il Pinot Grigio ne occupa il 30 e la Glera il 25 per cento). Gli attuali vigneti di Pinot bianco dell’azienda Toros sono stati messi a dimora nei primi Anni Settanta, quando Franco e il padre Mario, nato nel 1922, gestivano ancora un’azienda mista, come allora abituale in tutto il Collio. 

Mario, assieme al padre Luigi, è diventato giovane uomo e poi capo famiglia in decenni – tra le due Guerre mondiali - in cui il confine orientale si irrigidì: da spazio permeabile a strumento di definizione identitaria. Le politiche di nazionalizzazione, accentuate durante il fascismo, trasformarono la pluralità linguistica e culturale in un problema da risolvere. La storia del Nordest si caricò così di conflitti, rimozioni e memorie contrapposte, che segnarono profondamente il tessuto sociale. Accanto a queste fratture, resistettero tuttavia elementi di sorprendente continuità. Tra questi, la viticoltura rappresenta un osservatorio privilegiato. I vitigni della tradizione mitteleuropea, diffusi ben prima della definizione dei confini nazionali, hanno attraversato mutamenti politici, guerre e ridefinizioni territoriali senza perdere la propria identità di fondo. Il Pinot bianco è un esempio emblematico. Presente lungo l’arco alpino e danubiano, dalla Borgogna all’Austria, dalla Stiria al Friuli e al Collio, questo vitigno si è affermato in contesti culturali diversi, mantenendo una continuità agronomica e stilistica che ignora le frontiere.

Nel Nordest italiano, il Pinot bianco arriva e si radica in epoca asburgica, come parte di un patrimonio viticolo condiviso, legato a una visione mitteleuropea del vino come espressione di territorio, clima e disciplina produttiva. Dopo il 1918 cambia il quadro politico, ma il vitigno resta. Continua a essere coltivato. Questa perseveranza racconta molto. Mentre i confini si spostano e le identità vengono ridefinite, il paesaggio agricolo conserva una memoria più lunga, meno ideologica. Il Pinot bianco diventa così una metafora concreta di una Mitteleuropa che sopravvive sotto la superficie delle narrazioni politiche.

Una continuità che prima con la famiglia Locatelli, e poi con i Toros, non viene mai interrotta. Per Mario e Franco la decisione più significativa porta la data del 1985, con la scelta di dedicarsi esclusivamente alla viticoltura: gli animali vengono venduti e la stalla trasformata nello spazio dedicato alle vinificazioni. L’azienda contava allora solo 5 ettari, ma rappresentò l’inizio di un percorso di modernità che perdura tuttora nelle oltre 20mila bottiglie prodotte ogni anno e identificate da un’etichetta che dal 1995 (realizzata a Firenze dallo studio grafico Doni & Associati) non è mai stata modificata.

Racconta Franco, non nascondendo un giustificato orgoglio: “Da allora non è cambiato molto nel mio modo di produrre il vino. In vigna, totalmente inerbita e gestita con la lotta integrata, massima cura per ottenere uve sane. Poi vendemmie tardive perché voglio acini surmaturi. Li raccogliamo a mano e i grappoli interi vengono pressati con il raspo. Il mosto diventato vino, dopo la fermentazione e la decantazione, finisce in acciaio per l’80 per cento e il resto in legno piccolo. Scelgo da sempre barrique nuove in rovere francese di media tostatura della Tonnellerie Taransaud. Nell’aprile successivo alla vendemmia il vino entra in bottiglia. Tutto qui, niente di particolare”. Un esempio di come sul piano vitivinicolo riemerge una matrice comune: vitigni, tecniche e sensibilità che rimandano a uno spazio mitteleuropeo condiviso, precedente e indipendente dallo Stato nazionale. È un livello di continuità che spesso sfugge al discorso pubblico, ma che contribuisce a spiegare la profondità storica del territorio.

Tra i segreti dell’eleganza del Pinot bianco di Toros, le caratteristiche del microclima di Novali le cui colline si succedono tra i 100 e i 120 metri sul livello del mare: la ventilazione. “Una condizione – spiega Franco – che determina una temperatura media inferiore di tre gradi rispetto alla pianura di Cormons. Per noi questo significa una maggiore sanità delle uve e un’escursione termica garanzia di maggior finezza olfattiva”. Una caratteristica confermata delle tredici annate (dal 2005 al 2024) degustate nella verticale di cui, qui accanto, scrive Gianluca Castellano. Una conferma di eleganza, di tradizione e di continuità raccontate da un vitigno mitteleuropeo, il Pinot bianco, testimone di come il territorio conservi memorie che precedono e superano le fratture politiche aiutando a leggere il confine non come linea definitiva, bensì come spazio stratificato, dove la storia non cancella, ma deposita.

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 Articolo pubblicato sul numero 31 di Mangiavino - febbraio 2026


Azienda Agricola Toros Franco
località Novali, 12 – 34071 Cormons (Go)
Telefono +39 0481 61327
Mail info@vinitoros.com


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